L'arte non arte

 Bruce Lee era un filosofo dell’azione. Elaborò teorie talmente innovative da essere incomprensibili per  gli uomini del suo tempo. Il Piccolo Drago giunse a strategie di combattimento tanto evolute  da essere ancora oggi, a oltre quarant’anni dopo la sua morte, estremamente attuali. Il suo concetto di “Reaearch Your Own Experience - Absorb What is Useful – Reject What is Useless – Add What is Specifically Your Own”, è la quintessenza del Jeet-kune-do. Può sembrare scontato allo studente moderno. Ma non lo è affatto se viene analizzato nel contesto socio-storico del tempo in cui visse. L’idea di fondo non è certo quella di copiare banalmente qualche movimento da una e poi da un’altra arte marziale, farne un cocktail e servirlo in palestra. Il processo di “assorbire ciò che funziona” è quello di una scoperta individuale fatta di “ricerca attraverso le proprie esperienze”. Per fare esperienza di un movimento è necessario praticarlo finché questo non lo “senti” tuo e “diventa” tuo. Solo allora sarà possibile “scartare ciò che non funziona”, per te, e “aggiungere qualcosa di specificatamente tuo”. 

 

Le radici filosofiche del Jkd affondano nel Taoismo, nel Buddismo, in particolar modo lo Zen.   Bruce Lee studiò filosofia all’università dello stato di Washington. Ma sono le letture e la sua ricerca personale, soprattutto nel periodo di convalescenza da un incidente alla schiena dovuto all’allenamento con i pesi, ad aver favorito quella maturità concettuale che portò la sua arte a un livello più alto. Nella libreria del Piccolo Drago non mancavano i testi di Daisetsu Suzuki (1860-1966), il maestro che per primo portò lo Zen in Occidente. Ma anche quelli di Alan Watts (1915-1973), una delle menti più brillanti dello scorso secolo, filosofo e autore di molti libri, trasmissioni radiofoniche e televisive sul Buddismo e lo Zen. Se leggiamo con attenzione i pensieri di Bruce Lee è impossibile non notare l’influenza di Jiddu Krishnamurti (1895-1986). Il libero pensatore indiano si rivolgeva agli uomini perché si elevassero al di sopra della quotidianità, che ci imprigiona e ci limita nella vita, per ottenere una liberazione interiore. Jun Fan Lee ne colse appieno il messaggio applicando alla sua arte.

 

In memoria di un uomo che un tempo era spontaneo, indottrinato e distorto dagli stili classici”, questa era la provocazione scritta su una finta tomba messa nell’atrio del Jun-Fan Gung-Fu Institute di Chinatown.  Using No Way as Way – Having No Limitation as Limitation” (Usare nessun metodo come metodo – Avere nessuna limitazione come limitazione) è il motto del Jeet-kune-do. Bruce Lee punta a liberarsi da qualsiasi condizionamento delle arti marziali fino a definire il Jkd una “non arte”. Antichi insegnamenti, storia e tradizioni finiscono per non avere più significato quando il pensiero diventa azione nel confronto uomo contro uomo. Esattamente come il monaco Zen , che cerca nel “non pensare” il pensiero ultimo, sijo Bruce si rese conto che la forma ultima della lotta era l’assenza totale di forma ovvero la completa libertà. Per sintetizzare questo concetto Bruce era solito dire: “Il cultore di Jeet-kune-do affronta la realtà e non disperde energie nel risolvere schemi fissi. L’unico strumento che può usare è uno strumento che è una forma senza forma”.

 

Assenza di forma significa che la sorgente prima di tutte le cose è al di là di spazio e tempo. Trascendere tutte le specie di relatività e le qualità conformi ad essa. La “Via” del Jeet-kune-do è un processo che passa attraverso l’apprendimento scientifico delle tecniche del combattimento, ma che non si ferma allo schema da esse segnate. Il “Jkd Man” le deve trascendere ed arrivare ad un livello tecnico superiore, dove userà le forme e gli schemi appresi senza farsi imprigionare da essi.La filosofia del Jkd non deve essere considerata unicamente una concezione legata al mondo delle arti marziali; come ogni filosofia essa può essere applicata ad ogni aspetto della vita umana.

“L’uomo, l’essere vivente, l’individuo, è sempre più importante di qualsiasi stile o metodo”. Il Jkd diventa filosofia di vita nell’esaltare la centralità dell’individuo sul metodo. Così come la capacità di adattamento, unita alla creatività, prevale sulle rigide regole delle discipline del passato. In questo senso Bruce Lee può essere considerato un umanista. Non pensare, senti. E’ come un dito puntato sulla luna. Non concentrarti sul dito o perderai tutta la celestialità della scena”, Bruce Lee nelle vesti di maestro in “I Tre dell’Operazione Drago” (1974). Ogni suo pensiero poneva l’essere umano e la sua unicità al centro di ogni pensiero. Secondo il Piccolo Drago l’eccezionalità delle sue teorie poteva essere messa in luce solo ed unicamente esaltando le qualità intrinseche dell’individuo. Bruce credeva fermamente all’unicità di ogni essere umano e, benché fosse stato frequentemente vittima del razzismo, era convinto che ogni persona, indipendentemente dalla religione, dal colore della pelle o dalla nazionalità fosse un esemplare unico al mondo e, come tale, potesse dare moltissimo a tutti i suoi simili.

 

La “scientificità umanista” di sijo Bruce può essere chiarita con un esempio. Quando elaborò la sua teoria di combattimento era solito definirla Jkd. Ma subito si rese conto che un’idea, un concetto, non possono essere ingabbiati da semplici nomi. Allora disse: ”Probabilmente un giorno sentirete disquisire sul fatto che il Jeet-kune-do è diverso da questa o da quella cosa ma voi non vi formalizzate, è soltanto un nome”. La “Via del pugno che intercetta” è senza dubbio una filosofia e una scienza del combattimento, dotata anche di tratti caratteristici. Ma, come vuole il suo ideatore, non potrà mai trascendere l’interpretazione personale di ogni singolo praticante. La grandezza di Lee non si limitò ad aver creato un nuovo sistema di lotta, per quanto valido ed efficace, ma nel aver coniato il concetto filosofico che è l’impalcatura tecnica.

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